Sguardi sul mondo attuale #1 Eastern eyes “Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna” a Cagliari nel Centro d’Arte EXMA visitabile fino al 28 agosto 2016.

Li Wei - Cina - Liwei falls to the ice hole - Beijing 31 01 2004. Sguardi sul mondo attuale #1 Eastern eyes "Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna" a Cagliari nel Centro d'Arte EXMA visitabile fino al 28 agosto 2016.

Sguardi sul mondo attuale

#1 Eastern eyes

Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna

Cagliari – centro d’arte EXMA 8 luglio – 28 agosto 2016

L’EXMA Exhibiting and Moving Arts inaugura un programma espositivo pluriennale dedicato all’arte contemporanea internazionale. Il progetto, intitolato Sguardi sul mondo attuale – Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna, nasce all’interno della rete di partnership promossa dal Consorzio Camù e mette in mostra opere appartenenti o nella disponibilità della collezione privata di Antonio Manca, con base in Sardegna, aperta verso il mondo.

La prima tappa, Eastern Eyes, è stata inaugurata venerdì 8 luglio 2016 alle ore 19 nel centro d’arte EXMA di Cagliari. In mostra le opere di quindici artisti orientali che spaziano dalla pittura alla fotografia fino alle grandi istallazioni, in un percorso che si configura come un viaggio ricco d’interesse e necessario attraverso i continenti: perché «il viaggio», sottolinea Antonio Manca, «è una delle forme più immediate per la comprensione del contemporaneo e per vivere esperienze ricche di contenuti qualificanti. Alcuni riportano souvenir, immagini, emozioni… Io ho sempre pensato che la mia collezione dovesse essere il mio cordone ombelicale con quei luoghi, quelle culture, quelle genti…»

Sguardi sul mondo attuale richiama nel titolo una antologia di saggi scritti da Paul Valéry – ancora ricchi di significati per il nostro presente – e vuole esprimere un’idea dell’arte che sia presidio di civiltà e democrazia. In accordo con lo spirito che guida il collezionista nella composizione della propria raccolta, il progetto, a cura di Simona Campus in collaborazione con lo stesso Antonio Manca, si concentra su artisti e opere che affrontano e ridiscutono i cambiamenti politici, sociali, culturali degli ultimi decenni.

FX Harsono Growing Pains 2009. Sguardi sul mondo attuale #1 Eastern eyes "Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna" a Cagliari nel Centro d'Arte EXMA visitabile fino al 28 agosto 2016.

#1 Eastern eyes. La prima tappa del progetto fissa lo sguardo a Est: geografie culturali e ricerche sperimentali degli ultimi decenni, fino all’attualità, che a partire dai paesi dell’Ex Unione Sovietica arrivano in Cina, Indonesia e Giappone.

Ricerche che da una prospettiva specifica, posta oltre la lacerazione che fu il muro di Berlino, si inscrivono nella complessità del mondo attuale, riflettendone le problematiche e gli equilibri precari, interrogandosi sulle possibilità di far convivere le differenze, di bilanciare gli aspetti delle identità sociali e culturali con le forze della globalizzazione.

La mostra riunisce artisti affermati, già ampiamente riconosciuti nel panorama internazionale, e artisti il cui ruolo va progressivamente affermandosi nel sistema del contemporaneo: l’impegno radicale di Oleg Kulik per la salvaguardia dell’ambiente e delle specie animali, le provocazioni dei Blue Noses rivolte alla società e della cultura russa, il lavoro installativo di Peter Belyi, critico e utopico allo stesso tempo, per citarne solo alcuni, oltre a FX Harsono, tra i massimi protagonisti dell’arte contemporanea indonesiana, o ai maestri della fotografia nipponica.

Opere d’arte e libri Parte fondamentale del progetto sono i libri relativi agli artisti e alle opere in mostra, che allestiti anch’essi lungo il percorso espositivo, possono essere consultati dai visitatori, costituendo una ulteriore e preziosa opportunità di approfondimento.

Artisti in mostra Nobuyoshi Araki (Giappone) – Peter Belyi (Russia) – Blue Noses (Russia) – Yufit Evgeny (Russia) – Liana Ghuk Asyan (Armenia/ Germania) – FX Harsono (Indonesia) – Zang Huan (Cina) – Oleg Kulik (Ucraina) – Tatsuo Miyajima (Giappone) – Elena Nemkova (Tajikistan) – Wang QinqSong (Cina) – Roland Ventura (Filippine) – Hiroshi Sugimoto (Giappone) – Entang Wiharso (Indonesia) – Li Wei (Cina)

Informazioni

QUANDO da venerdì 8 luglio a domenica 28 agosto 2016

DOVE Sala delle Volte

ORARI DI APERTURA dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 13.00 e dalle 16.00 alle 21.00.

INGRESSO 5 €

CONTATTI info@exmacagliari.com / 3466673565

Elena Nemkova Sky Lesson #9 2007. Sguardi sul mondo attuale #1 Eastern eyes "Arte contemporanea internazionale da una collezione privata in Sardegna" a Cagliari nel Centro d'Arte EXMA visitabile fino al 28 agosto 2016.

PETER BELYI (Leningrado – Russia, 1971)
La biblioteca di Pinocchio, 2008
Installazione in legno

Peter Belyi vive e lavora a San Pietroburgo, dove insegna presso l’Università Statale. La sua ricerca artistica si concentra in particolare sulla dimensione installativa. Ha tenuto mostre personali, oltre che in Russia, in Europa e negli Stati Uniti; ha partecipato alla Biennale di Mosca del 2013. Per molti anni ha sviluppato un progetto relativo alla «modellatura»: questo termine nell’Unione Sovietica degli anni Venti indicava un’architettura utopica proiettata nel futuro; in Belyi, al contrario, diventa uno strumento per rileggere criticamente la storia, guardando in particolare agli anni Sessanta e Settanta.
I modelli architettonici realizzati dall’artista sono una metafora della precarietà delle ideologie che cadono in rovina, simbolo dell’eterna speranza per l’avvenire, che diventa delusione per il passato. All’interno di questo progetto si inserisce la grande installazione La biblioteca di Pinocchio, presentata in occasione della prima personale alla Galleria Pack di Milano nel 2008. L’opera esprime l’utopia degli architetti, che con le proprie costruzioni pensano di poter cambiare il mondo, mentre Pinocchio è l’illusione che resiste all’interno di ogni essere umano, la fiducia che un burattino di legno – lo stesso materiale dell’installazione – possa un giorno diventare bambino in carne e ossa. Ma alla conoscenza, rappresentata dai libri, spesso si lega la disillusione.

ELENA NEMKOVA (Dushanbe – Tagikistan, 1971)
Sky Lession #3, 2007 – Ed. 2/ 3 + 1 A.P.
Sky Lession #6, 2007 – Ed. 1/ 3 + 1 A.P.
Stampa lambda

Dopo gli studi a San Pietroburgo, Elena Nemkova si è trasferita Parigi, successivamente in Italia, dove ha completato la sua formazione all’Accademia di Belle Arti di Brera. Attualmente vive tra Milano e San Pietroburgo. E’ autrice di un blog, www.brrrrr.blog.com, in cui pubblica i disegni che le vengono ispirati dalle notizie riguardanti il suo paese. Il suo lavoro artistico riflette sulla filosofia della scienza e sulle scoperte scientifiche, a volte visionarie, al modo in cui vengono comunicate e divulgate dagli organi di informazione mass mediatica. In particolare, il suo interesse è per le relazioni tra le scoperte scientifiche – dalla esplorazione dell’universo alla microbiologia, al funzionamento del cervello umano – e le conseguenze che esse determinano nella vita privata e intima delle persone. Lungo una linea che unisce passato, presente e futuro, le due immagini in mostra, particolarmente suggestive nella resa tecnica della nitidezza cromatica e luminosa, si riferiscono alle suggestioni suscitate dall’atto del volo: vengono richiamate, anche in questo caso, le grandi utopie legate alle ideologie, e in particolare quella corsa allo spazio, il lancio di missili e satelliti che fu terreno di sfida tra Unione Sovietica e Stati Uniti d’America al tempo della Guerra Fredda.

BLUE NOSES
Alexander (Sasha) Shaburov (Oblast di Sverdlovsk – Russia, 1965)
Vyacheslav (Slava) Mizin (Novosibirsk – Russia, 1962)
Kitchen Suprematism 04, 2005 – Ed. 3/10
Fotografia a colori

I Blue Noses sono un duo artistico russo nato nel 1999, affermatosi sulla scena internazionale per le opere dalla forte connotazione satirica e provocatoria. Attraverso i linguaggi della fotografia, del video e della performance, utilizzando metodi decisamente low-tech, muovono una serrata critica alla società del loro paese nei suoi aspetti politici, culturali e religiosi, contribuendo al dibattito sulla libertà di espressione. La loro opera forse più conosciuta si intitola Era of Mercy – “Era della misericordia”: si tratta di una fotografia del 2005 che immortala due poliziotti russi che si abbracciano e si baciano in un bosco di betulle innevato; ispirata dall’altrettanto celebre immagine dello street artist Banksy con i due poliziotti che si baciano, dopo essere stata selezionata per un’esposizione a Parigi “Era della misericordia” fu sequestrata dall’allora ministro della cultura Alexander Sokolov, che la ritenne una «vergogna per la Russia». La serie di fotografie del 2005 intitolata Kitchen Suprematism – “Cucina Suprematismo” – guarda con ironia irriverente all’arte sovietica del primo Novecento, in particolare al movimento del Suprematismo fondato da Kazimir Malevic. Dopo la serie Sex Suprematism, in “Cucina Suprematismo” i Blue Noses hanno fotografato pane nero, formaggio e salumi disposti secondo le forme astratte dell’avanguardia rivoluzionaria.

EVGENY YUFIT (Leningrado – Russia, 1961)
Daddy, Santa Claus id Dead, 1991
Long Liver, 1996
Fotografie b/n

Yevgeny Yufit, fondatore di un movimento per il cinema alternativo in Russia, formatosi presso la scuola di Aleksandr Sokurov, negli anni che precedettero la fine dell’Unione Sovietica cominciò a girare cortometraggi caratterizzati da un estremo senso del macabro, con trame incentrate sulla sperimentazione genetica e le pseudoscienze. La fotografia esposta in mostra si riferisce al film Papa, umer ded moroz, la prima opera dello sconvolgente movimento da lui definito “necrorealismo”, una delirante combinazione, come è stato scritto «di horror, e neorealismo italiano, contrassegnato da un virulento nichilismo, da una visione feticistica della realtà, dal rifiuto della narrazione convenzionale e dall’uso esclusivo del bianco e nero o del seppiato». Tratto da un racconto di Aleksej Tolstoj, il film radicalizza lo stile orientale, oltrepassando ogni regola. A causa delle reazioni suscitate dall’eccessivo impatto emotivo, dopo il 2005 Yufit interruppe la sua produzione e di lui, totalmente isolato nella scena culturale, non si hanno più notizie da molti anni.

OLEG KULIK (Kiev, 1961)
Dead Monkeys, 1998
Fotografie b/n

Considerato uno tra gli artisti più radicali e significativi del panorama post sovietico e internazionale, Oleg Kulik affronta il tema del conflitto tra cultura e natura determinato dal progresso e dalla modernità. Performer e fotografo, scultore e curatore, presente nelle più importanti manifestazioni espositive mondiali, fondatore di un movimento politico per la salvaguardia dell’ambiente, conduce una ricerca che rifiuta eccessive raffinatezze e sovrastrutture, considerandole ostacolo alla comunicazione tra gli individui: identificandosi, nelle sue azioni, con la figura di un cane, esplora il suo alter ego animale. Nel corso degli anni Novanta ha lavorato un corpus di opere intitolato Zoophrenia, all’interno del quale Dead Monkeys rappresenta una testimonianza straordinaria e tra le più efficaci: si tratta di dodici ritratti di scimmie fotografate al Museo di Zoologia di Mosca, imbalsamate, ma che si fa fatica a comprendere se siano vive o morte. L’idea della morte viene in realtà ossessivamente enfatizzata dalla forza del bianco e nero e dall’intensità del taglio scelto per le immagini, primi e primissimi piani tutti concentrati sugli sguardi: in ogni sguardo si legge la denuncia delle responsabilità dell’uomo nella rovina del pianeta e dei suoi equilibri.

LI WEI (Hubei – Cina, 1970)
Li Wei falls to the Car, 2003
Li Wei falls to the Ice Hole, 2004
Li Wei falls to the Relics, 2003
Fotografie a colori

Li Wei è un performer e fotografo che vive e lavora a Pechino. Intorno al 2000 iniziò a fotografare proprio per documentare le sue performance, da lui ritenute uno strumento essenziale per trasmettere un messaggio artistico in prima persona. Da allora si è affermato sulla scena internazionale come uno tra i più interessanti artisti cinesi della contemporaneità, attraverso scatti che rimandano ad una realtà precaria e talvolta pericolosa. Scatti che non sono il risultato di fotomontaggi o di ritocchi effettuati con Photoshop, ma immortalano azioni realmente messe in scena dall’artista, in alcune occasioni a rischio della propria vita. Per la realizzazione delle performance e degli scatti Li Wei utilizza cavi d’acciaio, impalcature trasparenti e sovente gli specchi, che consentono di creare illusioni. Nella cultura cinese, come in molte altre culture, lo specchio assume peraltro un valore fortemente simbolico, legato alla possibilità di conoscere se stessi e il mondo. Dopo la prima serie intitolata appunto Mirroring, la sua consacrazione è avvenuta grazie alla serie delle “cadute”, Li Wei falls to…, cominciata nel 2002, della quale sono esposte in mostra tre importanti opere. L’artista vi appare a testa in giù con la testa conficcata in diverse ambientazioni, un buco nel ghiaccio, il parabrezza di una macchina, le rovine di un edificio; il corpo è teso e rigido, come fosse un missile catapultato da un altro pianeta, risultato di un estremo sforzo fisico. Dietro un’apparenza che può sembrare talvolta giocosa, l’arte di Li Wei è fortemente impegnata su alcune fondamentali tematiche del mondo attuale, dalle relazioni di genere alla politica. Impegnando tutto se stesso, come ha scritto Julie Segraves, l’artista esprime lo shock procurato dal progresso della nostra società.

FX HARSONO (Blitar – Indonesia, 1949)
Growing Pains, 2009
Olio su tela
FX Harsono rappresenta una figura centrale dell’arte contemporanea indonesiana: il suo lavoro appare totalmente proiettato nel senso dell’impegno sociale e politico lungo gli ultimi decenni, particolarmente tumultuosi nella storia del suo paese. Nato nel periodo in cui l’Indonesia otteneva la propria indipendenza, negli anni Settanta fu tra i fondatori dei gruppi che insieme alla sperimentazione dei linguaggi artistici rivendicavano la dimensione pubblica, non individuale della cultura; durante gli anni Ottanta e Novanta, malgrado le restrizioni imposte dal regime di Suharto, la sua arte non ha cessato di esprimere una forte posizione critica. Il dipinto esposto appartiene al nuovo corso della ricerca dell’artista, successivo alle dimissioni del dittatore Suharto nel 1998, ai disordini e alle violenze contro la comunità cinese. Un nuovo corso caratterizzato da una dimensione più personale, che coinvolge la famiglia e la comunità dell’artista, forse ispirato dallo slogan celebre alla fine degli anni Sessanta «il personale è politico». Il tema delle farfalle trafitte da aghi ricorre nelle opere degli anni Duemila: creature simbolo di leggerezza, libertà ma anche di estrema fragilità rimandano all’idea dei soprusi subiti dai più deboli. Purtroppo, come nel caso dell’installazione Bon appetit del 2008, Harsono non si è limitato a dipingere le farfalle, ma ha utilizzato farfalle vere, insieme alle api: questo, naturalmente, non ha mancato di suscitare aspre polemiche.

HIROSHI SUGIMOTO (Tokyo, 1948)
Bass Strait, Table Cape, 1997
Fotografia su carta alla gelatina d’argento Hiroshi Sugimoto appartiene al novero dei fotografi più noti e affermati nel panorama mondiale. Le sue opere vengono esposte nei più prestigiosi musei e nelle più influenti gallerie d’arte. Dopo gli anni della formazione a Tokyo, nel 1970 si trasferì a Los Angeles per studiare presso l’Art Center College of Design; nel 1974 si stabilì a New York. Attualmente vive tra New York e Tokyo. Il suo lavoro si articola in differenti serie – tra le altre, Theaters (“Teatri”), Architectures (“Architetture”), Portraits (“Ritratti”), Dioramas (“Diorami”), Conceptual Forms (“Forme concettuali”) e Seascapes (“Marine”) – le cui immagini nascono da una lunga elaborazione teorica e tecnica, trasfigurando porzioni di realtà in immagini mentali, talvolta astratte, rendendo visibili astrazioni matematiche, lo zero e l’infinito. Al centro della sua ricerca, una ricerca filosofica oltre che artistica, c’è l’idea del tempo; l’essenzialità assoluta del linguaggio porta alle massime conseguenze le potenzialità del fare fotografia, che riflette su stessa, sul suo ruolo, sui suoi limiti. E sugli ambigui confini tra finzione e verità di ciò che l’obiettivo fissa. Nei paesaggi marini, a partire dal 1980, grazie alla lunghissima esposizione, il movimento delle onde viene bloccato e reso immobile; una linea retta, facendosi orizzonte, divide la composizione in parti simmetriche, acqua e aria, bianco e nero. Il mondo attuale, con l’intervento dell’arte, può farsi eterno, secondo Sugimoto. «Mistero dei misteri, acqua e aria stanno lì davanti a noi nel mare. Ogni volta che guardo il mare – scrive l’artista –, percepisco un tranquillo senso di sicurezza, come se mi trovassi nella mia dimora ancestrale; e mi imbarco in un viaggio all’origine del
vedere».

NOBUYOSHI ARAKI (Tokyo, 1940)
Polaroid series, anni Settanta – Novanta
Fotografie Polaroid
Il corpo femminile occupa un posto di rilevo, ossessivo, nella produzione di Nobuyoshi Araki, fotografo giapponese controverso e straordinariamente prolifico, più volte censurato e condannato nel suo paese con l’accusa di oscenità. Nella sua produzione, dimensione privata e dimensione artistica coincidono: la moglie Yoko, sposata nel 1971 e più volte ritratta nel climax dell’orgasmo, appare protagonista assoluta delle serie Sentimental Journey, dedicata alla loro luna di miele, e Winter Journey, che invece documenta la prematura scomparsa di Yoko stessa, avvenuta nel 1990. La vita, la morte, e tra loro l’eros: questi sono i temi fondanti di Araki, che attraverso la sessualità legge e interpreta il nostro tempo e la nostra società. I suoi soggetti più conosciuti si ispirano all’antica arte nipponica chiamata Kinbaku-bi, il bondage, con donne legate, appese, imbavagliate, in una atmosfera di squisita ed estenuata eleganza visiva. Il riferimento agli organi genitali si mostra evidente anche nelle serie che ritraggono il cibo e nei Fiori, che Araki cominciò a fotografare nel 1973, cogliendoli nel breve momento del massimo splendore, un attimo prima che appassiscano, richiamando il limite sottile tra piacere e dolore. Sono soggetti che si ritrovano tutti nella immediatezza delle Polaroid, come si ritrovano gli scatti meno noti realizzati tra gli anni Sessanta e Settanta a Giza, oggi cuore economico della città di Tokyo, indagini sui cambiamenti in atto nella società giapponese di quegli anni. Tra i grandi ammiratori di Araki si segnala la cantautrice Björk, da lui fotografata, come anche, più di recente, Lady Gaga.

TATSUO MIYAJIMA (Tokyo – Giappone, 1957)
Revive Time – Kaki Tree Project Drawing, 1996
Stampa Ed. AP 35/ 40
Tatsuo Miyajima è uno dei più importanti artisti giapponesi operanti nell’ambito della scultura e dell’installazione. Il suo lavoro prevede l’utilizzo di materiali altamente tecnologici, circuiti elettronici, video e computer; si è affermato nel panorama dell’arte contemporanea a partire dagli anni Ottanta, grazie alle opere con i contatori digitali alimentati da luce a LED, in cui il ripetersi dei numeri da 1 a 99 – lo zero non compare mai – simboleggia il viaggio che conduce dalla vita alla morte, l’eterno scorrere delle cose. L’idea del tempo, tema centrale nella ricerca di Miyajima, si ritrova anche nel Kaki Tree Project. Si tratta di un progetto legato alla pagina più drammatica della storia nipponica, ma pieno di speranza: in seguito allo sgancio della bomba atomica, il 9 agosto 1945, tra le ceneri della città di Nagasaki sopravvisse un albero di cachi, che nel 1994 un agricoltore locale riuscì a rinvigorire totalmente, facendo crescere pianticelle di “seconda generazione” e cominciando a regalare quelle pianticelle ai bambini. Venuto a conoscenza dell’iniziativa, Miyajima volle dare il proprio contributo: ne sono derivati workshop e laboratori artistici che hanno coinvolto gli studenti delle scuole di 24 paesi nel mondo, invitandoli a riflettere sul significato della pace.

WANG QINGSONG (Daqing – Cina, 1966)
Three Graces, 2002
Fotografia a colori
Wang Qingsong appartiene alla generazione di artisti cinesi formatisi nella fase storica di transizione seguita alla morte di Mao Zedong, nel 1976, e alla salita al potere Deng Xiaoping. Dopo gli studi di pittura si trasferisce a Pechino, dove sceglie di dedicarsi alla fotografia, avvalendosi della tecnologia digitale, e dove attualmente vive e lavora. Il “miracolo economico”, le grandi riforme che nell’arco di pochi decenni hanno fatto della Cina un colosso capitalistico planetario, tra enormi contraddizioni e squilibri sociali, sono le premesse dalle quali muovono le riflessioni dell’artista. Le sue opere nascono come denuncia degli effetti della globalizzazione economica e culturale, non limitandosi a documentare la realtà, ma esprimendo con chiarezza una visione del mondo. Per la realizzazione delle sue fotografie Qingsong predispone accuratissimi set, ottenendo composizioni ricchissime di dettagli minuziosi, che sovente ricostruiscono e reinterpretano i capolavori dei grandi maestri della storia dell’arte occidentale. Nell’immagine in mostra vengono citate le Tre Grazie, esempio sublime di armonia ed eleganza neoclassica, mettendo in discussione i canoni convenzionali della bellezza.

ENTANG WIHARSO (Tegal – Indonesia, 1967)
Erased, 2009
Pittura ad acrilico su tela
Desire Alive: American Dream, 2008
Rilievo in alluminio
La ricerca di Entang Wiharso – artista tra i più significativi dell’Indonesia contemporanea, che ha rappresentato il suo paese alla Biennale di Venezia del 2013 – muove dalla necessità di comprendere la condizione degli esseri umani e il disorientamento del mondo attuale; l’amore, l’odio, la religione e l’ideologia, il fanatismo. Nei dipinti, spesso su larga scala e nelle sculture, figure e stili della tradizione indonesiana si mescolano a suggestioni
provenienti dai linguaggi del surrealismo, del pop e persino dai cartoni animati, dando vita a composizioni allegoriche che rispecchiano le condizioni di stress psicologico e di isteria nel pianeta globalizzato. Nel bassorilievo Desire Alive: American Dream, la scena di una concitata sessualità viene sottolineata dall’utilizzo del testo scritto, spesso presente nelle opere di Wiharso. Il dipinto Erased, “Cancellato”, di rara ed essenziale potenza espressiva, rimanda alla tragedia costante della storia, oggi resa più insopportabile dall’assurdità delle divisioni etniche, culturali, politiche. «Oltre alla capacità di collegare il passato al presente», come è stato scritto in occasione della sua personale alla Primo Marella Gallery di Milano nel 2011, «Entang Wiharso unisce l’Oriente all’Occidente sfruttando icone che appartengono all’immaginario globale: la sua arte glocal, che unisce cioè identità globale e identità locale, sembra volerci dire che gli spazi di confine della cultura recente producono veri e propri conflitti tra segni, grovigli di senso che l’artista stesso ci aiuta a districare».

ZANG HUAN (Anyang – Cina, 1965)
My Rome, 2005
Fotografia a colori
Zhang Huan è un artista cinese provocatorio e influente nel sistema dell’arte contemporanea. I suoi esordi si collocano all’interno della comunità artistica del Beijing East Village, ai margini della città di Pechino. Attualmente lavora tra Shangai e New York. Il suo lavoro si basa fondamentalmente sulla performance, mediante la quale porta avanti una ricerca che abbraccia sia gli aspetti esistenziali, sia la critica sociale. Attraverso la potenza dell’azione, affronta i temi della sfida ai regimi politici antidemocratici, della censura, della violenza legata alla religione, della condizione umana nel mondo attuale. My Rome si inserisce all’interno di una serie di azioni condotte nell’arco del 2005 in diverse città del mondo: il progetto, all’interno della rassegna The Season, a cura di Gianluca Marziani per la Galleria Pack di Milano, ha messo in scena una performance collettiva all’interno dei Musei Capitolini, nel cortile di Palazzo Nuovo, sede di una delle più preziose collezioni di scultura greca e romana del mondo. Le fotografie che documentano la performance rimandano la fisicità intensa, «pregna di rimandi alla cultura e alla sensibilità orientali, mescolata alla storia millenaria di Roma», in una eccezionale contaminazione di passato e presente.

LIANA GHUKASYAN (Magdeburg – Germania, 1986)
Le pillole della mia saggezza, 2013
Olio e pennarello su tela
Nata in Germania, Liana Ghukasyan ha vissuto ventuno anni nel suo paese, in Armenia, prima di frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove attualmente risiede. Nelle opere pittoriche – affidate ad un rinnovato, personale, irruento linguaggio espressionista, a modalità espressive che non lasciano spazio alle mediazione – si intrecciano la cultura d’origine, cui l’artista si sente molto legata, la tragedia del suo popolo, la vita privata e intima. Con estrema forza gestuale viene raffigurato il corpo femminile, quasi sempre il corpo dell’artista stesso; altri elementi che ricorrono costanti sono le croci e i fiori, emblema della sofferenza dell’essere donna. Sulla tela, Liana Ghukasyan scrive spesso in armeno, come nel lavoro qui esposto, profondamente legato alla famiglia e alla figura del padre, al trauma del divorzio dai genitori: «Ero molto legata a mio padre, era un ex militare dell’esercito russo .. Mi sembrava che mi avessero tolto lo stomaco quando mi ha lasciato, ma io dovevo essere forte e dovevo respirare, probabilmente la mia pittura è il mio messaggio come figlia».

RONALD VENTURA (Manila – Filippine, 1973)
Disaster, 2010
Sculture in fibra di vetro e resine all’interno di una vecchia tv Roland Ventura ha conquistato la ribalta della scena artistica contemporanea grazie ad un linguaggio espressivo originale e personalissimo, riconoscibile sia nei dipinti sia nelle sculture: un linguaggio che accosta e contamina su più livelli, in maniera complessa, elementi folkloristici tratti dalla tradizione popolare filippina con i fumetti, i graffiti, l’iperrealismo e il surrealismo. Come per molti artisti esposti in mostra, Ventura si interroga sulla possibilità di dialogo tra le persone nel nostro presente, al tempo della globalizzazione, che annulla le distanze, ma mette a repentaglio la sopravvivenza delle culture locali, facendo pericolosamente scivolare verso l’omologazione del pensiero. Nei suoi lavori, una potente forza di fantasia visionaria e grandi competenze tecniche diventano lo strumento, a volte bizzarro, per leggere criticamente la complessità della storia e della società. Tra i suoi personaggi ricorre Pinocchio, che come per l’artista russo Peter Belyi rappresenta il desiderio riposto in ognuno di noi di diventare totalmente umani e reali. L’opera Disaster, esposta in mostra, appartiene alla sua celebre serie di sculture in fibre di vetro e resina contenute all’interno di vecchie tv, in cui diventa evidente, con accenti di parodia e dissacrazione, la riflessione sulle ambiguità della comunicazione mass mediatica.

WENG FEN (Hainan – Cina, 1961)
On the Wall, 2002
Stampa digitale
Tra i temi principali esplorati da Wen Fen, fotografo che espone ovunque nel mondo, riveste un ruolo di assoluto rilevo quello del processo di urbanizzazione che ha coinvolto la Cina in maniera oltremodo massiccia negli ultimi decenni. Nella serie On the Wall, le ragazze di Weng voltano le spalle all’osservatore, sedute su un muro, affacciandosi su grattacieli lontani, evocando forse le figure del pittore tedesco del Romanticismo Caspar David Friedrich. «Non si tratta semplicemente dello smarrito sguardo di una generazione verso qualcosa che sta crescendo sotto i suoi occhi indipendentemente dalla sua volonta’», ha scritto Stefano Pirovano. «C’e’ di piu’. E’ un’opera d’altri tempi, politica nella stessa misura in cui poteva esserlo “La liberta’ guida il popolo” di Delacroix dopo le Tre Gloriose di Parigi. Solo che qui non c’e’ la fierezza di un popolo che lotta per difendere i propri diritti, ma piuttosto lo sconforto di chi ha vissuto un cambiamento epocale tanto atteso e ora si sente deluso dal risultato. Della Cina demaoizzata da Deng Xiaoping, poi uscita dalla brutale repressione di Piazza Tiananmen, Weng Fen sembra evocare il delitto compiuto nei confronti della storia e delle tradizioni civili, in ragione di un sogno che per la plus part si e’ dimostrato essere ben diverso dalle aspettative».

Consorzio Camù  Centro Comunale d’Arte e Cultura EXMA

via San Lucifero 71, Cagliari

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