Personale di Lucio Fanti “DONNE NEL VENTO“ Museo naturalistico del territorio “G. Pusceddu” visitabile fino al 1 febbraio 2015.

Arte52
“DONNE NEL VENTO“
Personale di Lucio Fanti
Dal 02 gennaio 2015 al 01 febbraio 2015
Museo naturalistico del territorio “G. Pusceddu”
Strada Lunamatrona-Collinas

Sin dai tempi remoti l’uomo ha utilizzato l’arte per soddisfare l’innata esigenza di esprimere se stesso ed è un fatto incontestabile che in un’opera d’arte, percettibili o meno a chi la osserva, vi siano stati d’animo, emozioni ed esperienze dell’artista. Nelle opere di “DONNE NEL VENTO” è tangibile il senso di appartenenza territoriale e storico-artistico di Lucio Fanti, non solo per gli elementi e i soggetti rappresentati, ma anche per i materiali e le tecniche utilizzate.

Le figure femminili riportano a reminescenze del proprio passato in cui le donne percorrevano, a piedi, lunghi tragitti per arrivare ai fiumi, sospinte, sostenute e contrastate da un elemento naturale, il vento maestrale così noto in Sardegna, per arrivare ad un altro elemento essenziale: l’acqua.

L’uso del bucchero, materiale già presente nell’Isola fin dal prenuragico, perfeziona e afferma con forza un’identità culturale che l’artista vuole far emergere nelle sue opere.

L’inaugurazione della personale “DONNE NEL VENTO” si è tenuta venerdì 2 gennaio presso il Museo Naturalistico del Territorio “G. Pusceddu” e si potrà visitare fino al 01 febbraio 2015. Alla vernice si accompagnerà la conclusione della personale “VIETATO TRANSITARE NELLE DUNE” di Marina Madeddu.

Personale di Lucio Fanti “DONNE NEL VENTO“ Museo naturalistico del territorio “G. Pusceddu” visitabile fino al 1 febbraio 2015. Personale di Lucio Fanti Donne nel Vento dal 2 gennaio 2015 al 1 febbraio 2015 Testo CriticoTesto critico
DONNE NEL VENTO è il titolo di un’opera con la quale l’artista Lucio Fanti ha partecipato, in collaborazione con la LS LINEARTE e l’ingegnere Mauro Fanti, vincendo il primo premio giuria popolare, al concorso “I 5 sensi oltre le ragioni” inserito all’interno della II edizione della Biennale Cultura nelle Mani, organizzata dalla CNA Ogliastra. Il concorso ha messo in relazione tre campi: quello artistico, quello del design e dell’artigianato, che ormai da anni sono diventati complementari e per i quali spesso è difficile delineare la linea sottile che ne delimita il confine. Infatti, l’opera stessa nasce sulla scia del successo ottenuto attraverso la mostra-percorso “La Fiera Donna Sarda” presentata per la prima volta nel Novembre 2011 a Serramanna, paese d’origine dell’artista, presso i locali dell’ex Montegranatico e nel Marzo 2012 a Sardara presso la casa Pilloni. Le opere in mostra realizzate in bucchero, una particolare classe ceramica etrusca, che ritroviamo in Sardegna sin dal prenuragico (2200-2000 a.C.) i cui antecedenti vanno individuati nell’impasto nero-lucido di ascendenza protostorica, raffiguravano delle longilinee sagome femminili, dalle linee sinuose e dai volumi accoglienti, i quali portavano sul capo i craddaxius dde liauna, tipici recipienti contenenti i panni da lavare al fiume e le brocche.
La mostra era costituita da dodici bassorilievi raffiguranti l’arduo cammino che le donne, arse dalla calura estiva, ostacolate dal forte vento di maestrale o infreddolite dal gelido inverno, percorrevano per giungere finalmente alla meta, orgogliose di aver superato con tenacia il proprio compito e da una serie di statuine a tutto tondo per raccontare il momento esatto in cui le donne arrivavano al fiume, dove avveniva una vera e propria metamorfosi: a contatto con l’acqua la sostanza scura si trasformava in una nitida e chiara morbida figura. L’artista negli anni ha sperimentato non solo le diverse tecniche con le quali poter proseguire un percorso artistico di questo genere ma ha soprattutto approfondito il nucleo tematico di questa mostra. Ha, infatti, dato vita a una vera e propria evoluzione rispetto alla mostra precedente. Creando un parallelo tra l’analisi della mostra DONNE NEL VENTO e quella di un racconto, si potrebbe affermare che Lucio Fanti, mantenendo lo stesso titolo dell’opera presentata al concorso, la stessa linea grafica e lo stesso materiale della mostra precedente, il Bucchero, abbia ampliato il sistema dei personaggi. L’acqua, che nella “Fiera Donna Sarda” era l’assoluta protagonista di questo metaforico viaggio, conserva la stessa sacralità, lasciando spazio ad un altro elemento naturale: il vento Maestrale. Se nella Fiera Donna Sarda assumeva un ruolo marginale diventa ora coprotagonista insieme all’acqua e come questa possiede una duplice e ambivalente funzione. Se da un lato ostacola il cammino delle Donne, dall’altro accompagna il loro tortuoso percorso guidandole alla fine del tragitto e alla meta, conferendo una maggiore fierezza a queste protagoniste, il cui compito è portato a compimento sottoforma di premio. L’acqua ancora una volta rafforza, purifica e rigenera.
Il nucleo tematico centrale della mostra-percorso DONNE NEL VENTO è lo stesso della FIERA DONNA SARDA. Sino ai primi del ‘900 si usava lavare i panni lungo il corso dei fiumi. Cariche di cesti colmi di panni e con le brocche per riempire l’acqua, le donne della Sardegna si lasciavano trasportare dal forte vento di maestrale che spesso accompagnava il loro passare e talvolta lo ostacolava, rendendo maggiormente difficoltosa la loro impresa. L’artista nel lontano 1975 dipinge questo percorso ad olio su tela, reminiscenza del passato, che porta con sé sin da bambino, affascinato dalle imponenti figure che vedeva percorrere nelle campagne del suo paese per giungere il letto del fiume Rio Leni. In questo modo nasce la volontà ma soprattutto l’esigenza di rappresentare questo ricordo nostalgico, la necessità di trasformare quelle figure femminili in pannelli imponenti guidati da un effetto scenografico straordinario. Il vento è infatti rappresentato da lamine bianche in ferro battuto appese al soffitto, che guidano lo spettatore, costretto a seguire lo stesso tragitto delle protagoniste della mostra, sino a giungere ad uno stilizzato corso d’acqua che rappresenta la meta.
La parte iniziale della mostra si apre con una magnifica statua in bucchero a tutto tondo raffigurante una Donna chiusa in un vortice spigoloso e tortuoso a rappresentare il vento. Ritroviamo la stessa tecnica scultorea nell’ultima parte del percorso; i bassorilievi lasciano, infatti, la scena ad una maestosa Donna che a contatto con l’acqua inizia la sua metamorfosi. L’acqua è considerata da tutte le religioni fonte e origine della vita umana; intorno all’acqua esiste un mondo fatto di culti, riti e miti, un mondo il cui sacro si confonde con il profano. Sul piano simbolico ciò che contraddistingue l’acqua è la sua ambivalenza, infatti si trova associata sia alla morte sia alla vita. In alcuni miti cosmogonici essa è l’origine della vita stessa, simboleggia la sostanza primordiale da cui nascono tutte le forme, ma queste acque primigenie, dalle quali sarebbe scaturito il cosmo e che sarebbero all’origine della vita, potrebbero avere una valenza mortifera, dando luogo ad un collegamento con il mondo dei morti. Il motivo dell’acqua come via che porta agli inferi è identificato, per esempio, con le acque fluviali dell’Acheronte, fiume dell’Epiro, luogo di confine con il mondo dei vivi e quello dei morti, che ritroviamo sia nell’antichità con l’Odissea e in epoca medievale nel III canto dell’inferno nella Divina Commedia. L’essenzialità dell’acqua, come elemento portatore di vita, è legato a Roma alla ninfa Egeria, alla quale era attribuita la più significativa delle funzioni delle acque. Veniva infatti considerata l’ausiliatrice delle donne nel parto. Il nome Egeria deriva dal latino e-gerere che significa mandar fuori. Alla sorgente della ninfa si recavano le donne alle idi di agosto, con le torce accese per assicurarsi un parto felice. Durante le feste Palilia si immergeva nell’acqua un ramo di alloro e si spruzzavano le greggi e i pastori, caso in cui l’acqua è concepita come elemento purificatorio che agisce per “ lavaggio e porta via il male”. Una delle caratteristiche dell’acqua è infatti quella di possedere virtù di purificazione, rigenerazione e di rinascita. Il simbolismo da uno stato di impurità ad uno di purezza rigenerativa, tramite abluzione o immersione, fu riutilizzato dal Cristianesimo che lo interpretò come strumento di rigenerazione spirituale, di redenzione dell’anima, di perdono dei peccati, all’interno della più ampia concezione di Redenzione. Le acque fluviali, le fontane, i pozzi, le sorgenti, hanno costituito per secoli, la base per l’invenzione di leggende e di credenze, che narrano come le acque fossero abitate da ninfe, folletti, protagonisti di vicende prodigiose e di terribili atti. Nella storia delle tradizioni popolari in Sardegna permangono numerose tracce di un culto dell’acqua, documentato dai reperti archeologici e dalla presenza di pozzi e fonti sacre.
La presenza sino ai nostri giorni di rituali magico-religiosi legati al culto dell’acqua può essere in parte spiegato con l’ambiente economico e geografico della Sardegna: economia agropastorale e scarsamente evoluta e aridità del suolo. La presenza o l’assenza dell’acqua, in questo contesto, assume un’importanza vitale e spiega il tentativo di procurarsi questo elemento con rituali particolari.
Tuttora è diffusa la credenza che nelle acque dei fiumi, delle sorgenti, dei pozzi e degli stagni vivano potenze ultraterrene, in genere maligne.
L’acqua è considerata come sede naturale delle divinità e degli spiriti, ai quali nel passato, venivano dedicati riti e feste, spesso connessi con il ciclo delle stagioni legati proprio al mondo agricolo e pastorale. Lucio Fanti esprime attraverso questa mostra-percorso, sia dal punto di vista tematico sia sul piano artistico, attraverso l’utilizzo della tecnica Bucchero, la volontà di far emergere la propria identità culturale legata alla propria Isola, la Sardegna, e il bisogno di recuperare un senso di appartenenza non solo territoriale e linguistico ma soprattutto storico-artistico.

IL BUCCHERO
Il nome bucchero deriva dallo spagnolo bucaro e designa una particolare argilla che era utilizzata per la produzione di alcune fogge vascolari in America. Imitate anche in Portogallo, furono infine importate anche in Italia. Tra la fine del XVII secolo e la prima metà del XVIII si moltiplicarono i rinvenimenti di “antichità” etrusche in Etruria settentrionale, tra i quali molti neri e lucidi che per somiglianza con il bucaro furono chiamati, appunto, buccheri.
Il bucchero designa una particolare classe di ceramica etrusca, i cui antecedenti vanno individuati nell’impasto nero-lucido di ascendenza protostorica. Si tratta infatti di una tecnica ceramica tra le più antiche, che ritroviamo in Sardegna sin dal prenuragico (2200- 2000 a.C.) attestata da numerosi ritrovamenti archeologici in gran parte dell’isola. È stata definita la “ceramica nazionale degli Etruschi” per alcune caratteristiche peculiari che la contraddistinguono fra le coeve classi ceramiche. Lo sviluppo del bucchero come ceramica da mensa si svolge in modo del tutto originale divenendo un vero e proprio bene di consumo destinato tanto al mercato interno quanto a quello esterno. Gli esemplari più antichi di bucchero si caratterizzano per un’argilla depurata a granulometria finissima, il colore nero, la lucentezza delle superfici e le pareti sottili.

La lavorazione prevedeva l’uso del tornio mentre la cottura richiedeva particolari attenzioni, da essa dipendendo anche la riuscita o meno del colore.
Il colore nero è infatti l’effetto del tipo di cottura lenta in ambiente fortemente riducente: gli ossidi e gli idrossidi di ferro presenti nelle argille, si trasformano per riduzione in ossidi ferrosi e ferroso-ferrici.

Tradizionalmente l’intera produzione di bucchero veniva suddivisa in:

  • bucchero sottile (675-625a.C.),
  • bucchero transizionale (625-575 a.C.)
  • bucchero pesante (575 – inizi del V secolo a.C.) caratterizzato dal progressivo aumento di spessore delle pareti.

Le tendenze più recenti hanno ristretto tale suddivisione alle produzioni dell’Etruria meridionale, mentre le officine settentrionali sono caratterizzate da una produzione iniziale dominata da un impasto “buccheroide” meno depurato, da pareti più spesse, da una cottura meno attenta cui segue, nel corso del VI secolo a.C., il bucchero “pesante”. L’inizio della produzione in bucchero è dominato dalla presenza di fogge vascolari dove la sottigliezza delle pareti, la lucidatura delle superfici e le decorazioni a rilievo sembrano sottolineare una derivazione dagli ornati a sbalzo propri dei manufatti in metallo prezioso, in particolare in argento e sottolineano una stretta interdipendenza fra le diverse attività artigianali, dove si fondono le esperienze ceramiche con quelle della metallotecnica e dei lavorati in avorio e osso. I soggetti si ispirano al bestiario orientalizzante e si accompagnano alle figure di cavalieri, lottatori, aurighi su carro, guerrieri, tutte espressioni dell’ideologia eroica, della manifestazione del lusso e del prestigio dei ceti abbienti cui tali manufatti sono destinati. È anche il periodo della diffusione del bucchero, oltre che nell’Etruria vera e propria, anche in Campania e nel Lazio, dove sorgono alcune officine locali. Nelle aree orientali del Mediterraneo la quantità di ceramiche in bucchero è assai minore e compare per lo più in contesti funerari o in ambiti sacri. Nel momento del consolidamento delle strutture urbane nell’Etruria settentrionale la manifattura del bucchero, prima controllata dai ristretti gruppi gentilizi, passa sotto il controllo diretto delle comunità cittadine con un conseguente processo di standardizzazione della produzione, che si estende ai maggiori centri dell’Etruria. Le pareti si ispessiscono, i vasi si fanno di grandi dimensioni. Si pensa quindi ad un mercato del bucchero che sempre più si orienta verso una classe “media” quale è quella che si forma nella nuova realtà urbana della fine del VI secolo a.C.
Dalla metà del VI secolo a.C. si assiste a una frattura nella sequenza tecnologica del bucchero, fino allora caratterizzata dal colore nero, dalla lucentezza delle superfici e dallo spessore non eccessivo. Lo scadimento qualitativo della produzione si accentua ancor più nel corso del V secolo a.C., con l’introduzione del bucchero grigio, dotato di minor resistenza meccanica e caratterizzato da un’argilla meno depurata. Le forme si riducono alle poche essenziali per l’ambito domestico, quali la ciotola, il piattello, qualche anfora fino al progressivo cessare della produzione, sostituita dalla classe della vernice nera che imita i prodotti ceramici attici e campani.

Dott.ssa Federica Assorgia

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