“Legamidentitari” Mostra Colletiva di 5 artisti sardi: Silvano Caria, Francesco Farina, Mario Gaspa, Lina Mannu e Aline Spada. Museo Naturalistico del Territorio G. Pusceddu dal 19 dicembre 2014 al 18 gennaio 2015.

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“LEGAMIDENTITARI“
Dal 19 dicembre al 18 gennaio 2015
Museo naturalistico del territorio “G. Pusceddu”
Strada Lunamatrona-Collinas

L’opera d’arte è il mezzo col quale l’artista esprime una parte di sé, un’identità che si forma attraverso le esperienze vissute nel tempo e nello spazio in cui egli vive. Gli artisti di “Legamidentitari”, accomunati da stima reciproca e da un forte senso di appartenenza alla propria terra, utilizzano l’arte come strumento evocativo di persone, cose e luoghi del passato, spogliando i ricordi dalla rigidità in cui spesso vengono imbrigliati. Il curatore della mostra Antonio Debidda afferma che “L’arte è fioritura, addensamento della mente e selezione e privilegio di idee, costruzione del pensiero, organizzazione di concetti, di discorso, aspirazione alla bellezza, evocazione del ricordo e della memoria”. La distanza temporale è colmata dalla vicinanza delle emozioni e l’arte diventa un nuovo linguaggio perché il passato possa emergere senza sbiadire nella retorica.

L’inaugurazione della personale “LEGAMIDENTITARI” si terrà venerdì 19 dicembre 2014 alle ore 17.30 presso il Museo Naturalistico del Territorio “G. Pusceddu” e si potrà visitare fino al 18 gennaio 2015. Alla vernice si accompagnerà la conclusione della personale “GLI ORIZZONTI DELLA PERCEZIONE” di Antonio Milleddu.

“LEGAMIDENTITARI“ Dal 19 dicembre al 18 gennaio 2015 Museo naturalistico del territorio “G. Pusceddu” Strada Lunamatrona-CollinasLEGAMI IDENTITARI
Non è soltanto sovrapposizione, materia sopra altra materia, magma e grumi e impasti dentro altre stratificazioni e mescolanze, o velature e trasparenze e sfumati spazi e figurazioni e immagini. No, certamente. Soprattutto essa, l’arte, la pittura, è fioritura e addensamento nella mente e selezione e privilegio di idee, costruzione del pensiero, organizzazione di concetti, di discorso e dibattito che ne può scaturire, stesura di narrazione e racconto, aspirazione totale alla bellezza, evocazione del ricordo e della memoria. Specie, come in questo caso, della memoria più lontana. La memoria di cose, di persone e di eventi così distanti da noi, dal tempo trascorso che potrebbero apparirci quasi sognati o soltanto immaginati. Quella che guarda e scruta pagine di civiltà di storia dimenticata o smarrita fra le pieghe del tempo, nel cammino straordinario dell’uomo nel mondo del suo territorio e della sua terra. Quella terra alla quale l’appartenenza di ” Legami Identitari “, quella dei nostri cinque artisti che vi si identificano totalmente, è conclamata, manifesta, esaltata e cantata. Allora potrebbe essere non del tutto vero – fatta eccezione per alcuni casi – come scrive Paul Valery, che” l’arte è ciò che accadrà domani “. Se è così come noi sosteniamo invece, l’arte non è solo e soltanto futuro. Non è solo domani, ma anche ieri. Il passato dunque, più prossimo o più lontano che possa esso essere stato. Quindi anche passato, radice, radici e provenienza, seme e nucleo dell’essenza primigenia, traccia e testimonianza, impronta e segno. Segni dell’esistenza e della cultura in un particolare territorio, in una terra straordinaria e unica come è la Sardegna. E di tracce, di impronte e sedimenti, di lontane presenze, di itinerari e reperti e frammenti, di segni e legami, questa mostra, questa bella stimolante mostra “Legami Identitari ” ne offre allo sguardo davvero una nutrita, preziosa sequenza.

Le zolle di terra di Silvano Caria, infatti, sono ancora là, sono eternate e cristallizzate là, dentro uno spazio e un mondo ancestrale, fantasioso e fantastico. Cantate e accolte e salvate e custodite, naufraghe o relitti, approdati da erosioni e sconvolgimenti dal silenzio assordante del tempo e della storia. Materia sotto teca, la sua. Ciottoli e pugni di terra bruna o rossigna appare serrata e chiusa, composta e ordinata, quasi catalogata e archiviata, dentro singolari, geometrici alvei o probabili dimore. E ancora, metaforici, azzurri o bianchi fili e legami, idealizzanti e sognanti, li incorpora, li rinsalda e trattiene. Lineari, geometrici segmenti paralleli di variata breve lunghezza che si alternano. Immaginario cardiogramma di una emozione intensa dell’autore. Viene da chiedersi, intanto, se sono realmente e soltanto ciottoli e zolle, frantumi, sabbie e scaglie, minute maschere e manufatti arcaici quelli che la vista scruta e contempla chiusi e dimoranti nei “Confini ” dell’artista. Oppure se, nella provocatoria filosofia di Caria, essi sono altro, sono simboli di altre esistenze, altre vite, altri esseri da accogliere, salvare e custodire. Perché, appunto, certe volte le cose e le forme rappresentate dicono e raccontano altro, inviano ulteriori messaggi, oltre al loro nome, la loro apparenza e reale funzione. Le sue opere, comunque, incantano e sorprendono. “Sento il bisogno che un’opera si ammanti di sorpresa, che assuma un aspetto che non si è mai visto, che disorienti e trasporti in un dominio assolutamente imprevisto”. E’ quanto scriveva Jean Dubuffet, pittore e scultore francese di fama mondiale, affascinato dalla produzione dell’arte africana e dei primitivi. Regna pertanto, nelle opere di Silvano Caria, l’ordine e la misura compositiva e cromatica, l’armonia e la bellezza. E, insieme, versi di una poesia silente, come di una musica d’arpa eseguita con un’altezza di tono di poco più alto di quello di un sussurro. Anche le sfere, le minute sfere di materia, continuano a migrare attraverso ‘suoni ed ombre’ per approdare, infine, in lidi dove li attendono fili e legami per accoglierle e riunirle e renderle sicure. Un’appassionata operazione, uno svagato e liberatorio abbandono alla fantasia, alla creatività della mente che invita e sollecita il gesto di Silvano Caria che esegue e che, magistralmente, opera. Ineguagliabile, stupefacente e nuova, mirabile ed elegante la pittura di Silvano Caria. Spazi e confini immaginari, fantasticati o sognati che conducono la mente e il pensiero in lievitanti e alti versi di poesia.

In “I Legami Identitari” prorompono poi, non inavvertite, sorprendenti e potenti, calcari e lievi cromie di gessi e di geometrici ritmi e cadenze alternate, scavati o in rilievo, di volumi e di masse che s’evolvono, razionali e misurate, in estensioni lineari o circolari oppure centrali. E dove il sole, la luna, la vita, l’uomo, gli animali, lo spazio che li contiene e li ospita, sono voci che il vento del passato e del tempo restituisce al pensiero e alla memoria, alle mani e al gesto creativo e scultoreo di Franco Farina. Così che la luna, la grande luna, gravida di mistero, di favole, di faulas, di ammentos e attitos, di racconti inventati dall’uomo per se stesso, sospesa nel vuoto dell’eterno suo mai mutevole nascondersi e riaffacciarsi, continua ad avvolgere di sognante lucore sonni e sogni, ombre e silenzi profondi del villaggio. E, nelle opere dell’artista, nei bassorilievi e nei trittici, il sole, il cerchio di fuoco e di luce sovrasta e guida e illumina l’aratro della fatica e del lavoro, dell’uomo e del suo essere ed esistere, del suo cammino lungo strade e sentieri e vicende e accadimenti di trascorsa, arcaica e arcana, remota memoria. Segni e grafiti, pittografismi e scultografismi di intraducibili e misteriose scritture e alfabeti, giocosi girotondi e ritmi danzanti di geometriche greche scolpite solcano e incidono il pensiero della ragione, della memoria e del ricordo intorno al sole dell’autore. Segno e segni di invocazione e auspicio, di devozione e gratitudine per il respiro e per la vita dell’arcaico abitante della terra di Sardegna del passato. Armonia ed eleganza vestono ritmi e cadenze di un canto affascinante e ancestrale. Una voce narrativa autorevole e efficace. Pause e silenzi irrompono dentro equazioni compositive di magica, mitica, misteriosa cosmicità. E di mistero, nel teso alternarsi di aggettanti rilievi e di profondi alvei di scavi e cavità, di luce e d’ombra. Suggeriti segni e simboli e riferimenti della fortuna e del bene e, forse, anche, nello scuro e nel buio, dell’ oscuro e del male. Ma soprattutto, infine, di consapevolezza e di equilibrio dell’artista, di cultura e di conoscenza, di profondità di pensiero e di esperienza della materia e sulla materia, delle materie e dei suoi mezzi espressivi. Per i quali, in ciascuna opera e nell’insieme delle stesse opere, affiorano ed emergono e vengono incontro alla contemplazione dello sguardo stimolanti discussioni e concetti su storia e preistoria e, soprattutto, sulla bellezza e sull’arte.
‘Frammenti di Pintadora’, ‘Equinozio’ ancora ‘Frammenti‘, ‘Cervo’, ‘Protomi taurine’ ed altre opere presenti in ‘ Legami Identitari’ ed evocate più sopra fanno pensare a un mondo pietrificato, cristallizzato e carbonato, eternato per sempre in un determinato, microcosmico sussulto della cultura, della storia e del tempo. Fanno pensare a torri arcaiche, a migliaia di nuraghi, a porte d’ingresso trilitiche più antiche della porta dei leoni, a architravi e triangoli di scarico vuoti o pieni, a volte ogivali e più antiche e primordiali di quella della Tomba di Micene, ai Kolossoi, più antichi, forse, degli stessi Kouros arcaici greci, cioè ai nostri Giganti di Mont’e Prama. Ci fanno anche inoltre pensare che forse, forse occorrerà riscrivere la storia, il passato e la cultura dell’intero Mediterraneo. I frammenti, le terrecotte dei sacelli di Antas, i vasi e le anfore, le statuette, i guerrieri e le navicelle, i pugilatori e gli arcieri forse degli scavi di Cuccuru S’Arriu o di Mont’e Prama, di Is Arruttas o chissà di dove, il loro ricordo e la loro immagine, il fascino e il mistero che li riveste, si sono fermati e sedimentati non solo nella mente e nella emozione di Franco Farina ma anche in quello di Mario Gaspa. Perché entrambi, i due artisti, hanno in passato trascorso e vissuto dal vivo esperienze archeologiche affascinanti indimenticabili.

Poiché proprio negli scavi di certi siti archeologici anche Mario Gaspa ha avuto personalmente la grande fortuna di portare alla luce frammenti e reperti e manufatti, prendas, fino ad allora sottratte alla vista da millenni. Gioielli perduti, dimenticati, ritrovati. Figli del tempo, testimoni della storia. Tenerli fra le mani, ripulirli dalla polvere, dalla terra e dalle incrostazioni deve essere stata per lui grande sorpresa, meraviglia e commozione. In lui, nelle sue opere, affiora ancora quel ricordo, quella prima emozione. In Mario Gaspa, pittore, essenzialmente pittore, i sedimenti, i dittici, le strutture polimorfe, le navicelle sono elementi e forme e simboli fortemente e decisamente radicati e innervati in una fase più arcaica, meno classica e più distante dalla sua produzione più attuale. Nella quale, comunque, restano come l’archetipo, la prima forma, il modello nell’impianto scenico compositivo. Quasi la rappresentazione materica dell’inconscio suo individuale di quella esperienza ed emozione. Idea e pensiero, ricordo e memoria, intelligenza e ragione che si diluivano allora in unica sostanza, impalpabile e invisibile, astrattizzante e astratta, in quelle forme rese altre forme di se stesse, in quei piani avvolgenti e compenetranti altri piani e superfici, in quei segni e tracce e solchi che erano, forse, soltanto frange o schegge di lontana memoria e di cultura. Ora, in ‘ Legami Identitari’, il suo pensiero, la sua voce, la sua verve creativa ed espressiva, narra a se stesso e agli altri tratti lievi e delicati della sua spiritualità e tutto il suo lirismo intellettuale e umano. Toccanti versi e immagini della sua fascinosa poesia, accordi di note cromatiche e raccordi di porzioni di piani e di spazio si evolvono tramite larghe stesure di colore. Che il gesto, l’azione dell’artista, mescola e impasta, stempera e diluisce, e compone poi in tinte e toni mai vivaci né alti e lo affida, infine, alla tavola o ad altra superficie, ad altro spazio intonso o già dipinto, e lo carteggia o lo spugna, lo vela sopra altra materia, sopra altro colore. Collocando, così, le figure protagoniste principali in sfondi e fondali nei quali altri oggetti, altre forme, sembrano fluttuare nella loro cristallizzata immobilità dentro diafane prospettive, aeree e rarefatte e diluite in sfumate, quasi leonardesche atmosfere. Le ali di farfalla, le ali e le falene stesse segnano e aprono e evocano oniriche dimensioni del subconscio, lasciando indovinare la portata, la dimensione sognante e fantasiosa dell’autore. Non dimentico, però, nell’insieme della sua produzione, di arcaiche presenze, di guerrieri, di filiformi e quasi giacomettiani arcieri, guardiani e vigili, cristallizzati ed eternati nel colore, a difendere il tutto o il nulla del passato e della storia. Tutto questo mentre, stupefacenti raffinatezze di trasparenze di cromatiche velature e preziose e delicate stesure di colore avvolgono l’insieme dell’impianto compositivo. Dove presenze e veli senza peso paiono sospinte verso mete di una bellezza sconosciuta ad animare l’intero spazio dipinto. E dove si lasciano indovinare e percepire struggenti e commossi versi di esistenza e di onirica poesia.

‘I Guardiani del Tempo’ sono ancora là, negli spazi indefiniti, segreti e infiniti della storia e di arcaiche stagioni, a custodire, nelle opere di Lina Mannu, le dimensioni potenti, arcane e suggestive, degli spazi unici e inconfondibili della cultura e dell’arte della Sardegna, estremamente dissimili da quelli di altri pur confinanti popoli e civiltà del lontano passato. Sono ancora là a mirare e custodire, ad ascoltare le voci della memoria che giungono da ancestrali dimore e domos dei villaggi, dalle nenie delle madri, dalle yanas e dai guerrieri, dai cacciatori, dagli agricoltori – pastori – allevatori, dai silenzi assoluti e totali e per sempre delle tombe dei giganti, e quella, quelle misteriose e pietrificate dei menir. Sono ancora là a mirare, a contemplare e custodire il mare, il transitare dipinto di un veliero, dei velieri, a scrutare, a indagare dentro la vita di altri villaggi distanti poco o lontani, affacciati sulla costa. Oppure ad accogliere migranti presenze, fermate nel colore come statue nella pietra. A temere e dolersi per un estivo incendio del bosco, nei pressi di uno stagno. Oppure, anche, a fissare in alto, a contemplare i ‘ Danzatori delle stelle ‘. I quali, nella vigorosa pittura di Lina Mannu si vestono di eterna materia mentale di evocazione e di memoria, di oniriche atmosfere lunari del sentimento dell’artista, di misteriosi ritmi e motivi e canti, gioiosi di vita o dolorosi di addii e di morte. E dove la materia dalla quale essi sono originati è, nell’azione della mano di Lina Mannu – secondo noi anche lei uno o una dei ‘Guardiani del Tempo’ – ridotta a velo o a grumo, a stesura o campitura, levigata o carteggiata, addensata sempre da sapienti, pittorici ed essenziali e calcolate cifre ed equazioni e rimandi di luminoso ma non festoso né fastoso colore. Col quale inventa e genera e sospinge bruni e bianchi velieri sopra lingue di mare incontaminato e profondo. A cercare, a scoprire, a inventare altri contatti, altre genti e culture, altri mondi e, forse anche, altra umanità. Schegge di pensiero e desiderio che volge lo sguardo della coscienza e della conoscenza al passato più remoto della sua terra o a un futuro impossibile e surreale, più lontano e astrale. Spira, nella pittura di Lina Mannu, un commosso grumo di pensiero nelle figure e negli sfondi di scene o di paesaggi di cui l’artista leviga la materia dipinta, la segna e la solca, la strugge e l’assottiglia, lasciando di esse solo quasi la memoria del loro nucleo e della loro medesima essenza. Materia e colore trasfigurati e sublimati, trascendenti magiche apparizioni di anima e di spirito. Così che ogni opera, tutte le opere, infatti, paiono lo stupefacente esito finale di una magia sacrale o di un rito. Un atto liberatorio per se stessa e per chi contempla ogni suo dipinto. Il quale conduce sempre lo sguardo alla vita e alla cultura di un lontanissimo passato, alla bellezza, all’incanto e al fascino di cui ogni paragone e accostamento e similitudine con altre espressioni e stili risulta impossibile. Taluno o talaltro, talvolta o spesso, ha pensato di dire e ritiene tutt’ora, che gli scritti di certi critici d’arte possano essere alquanto pletorici e prolissi. Può essere anche vero. Però, forse, sono preferibili alle insignificanti stringate e incompetenti note che talvolta appaiono a firma di digiuni cronisti in materia attraverso rubriche di gazzette del venerdì o del lunedì di chissà dove. “Gli artisti forniscono dei nuovi occhi, i critici d’arte sono le lenti “, ha detto spiritualmente Paul Eluard, grande poeta romantico francese. Naturalmente occorre essere prudenti e obbiettivi per non rischiare come Stendhal di cadere in ingiuste incomprensioni sul gusto di Delacroix. Il quale, il 24 gennaio 1824, annottava nel suo diario: « …..questo Stendhal è un insolente che critica con troppa autorità e che talvolta sragiona ». Comunque mi trovano del tutto d’accordo le parole di Paul Valery per il quale ” Tutte le arti, egli disse, vivono di parole. Ogni opera esige che le si risponda”. Che se ne parli, dunque.

Ecco perché non si può non parlare, non si può non scrivere dei valori pittorici e plastici, dei piani e delle superfici e delle porzioni minute o larghe delle finzioni di spazio che si addensano, calcolati e misurati, offerti allo sguardo in proporzioni e rapporti di se stessi, calibrati, agili ed eleganti della pittura e dello stile singolare di Aline Spada. L’impianto delle sue composizioni sono una specie di scrittura automatica del suo pensiero, il pensiero che resta dentro, si rivolge a se stesso, volutamente intraducibile perché esso possa continuare a restare l’origine di se stesso dentro la radice della sua purezza, dentro la mente che l’ha prodotto e sviluppato. Resta là dentro, segreto e misterioso. Esaltazione, trionfo del pensiero sulla parola. Trionfo del pensiero sulla forma. Perché la parola, detta o scritta, la forma da esso descritta di una cosa, di un oggetto o d’altro potrebbe calarlo, limitarlo e sminuirlo, impoverirlo o annientarlo, simultaneamente assorbito nella materia e nel mezzo espressivo. Ecco perché la narrazione di un fatto o di un evento, di una dramma umano o di un’esaltazione, trionfo o trasfigurazione divina, si affida a piani e superfici intonse, a pagine dove nulla è stato detto o, forse, tutto. Inizio e fine. Per rinascere e nuovamente annunciarsi e risorgere nella coscienza estetica dell’artista. Un momento sospensivo del suo pensiero, divenuto unico e definitivo attraverso l’intenzione. Divenuto eterno e segreto nel gesto creativo del segno indecifrabile. Non svelato. Immediato, destrutturato. Astrazione pura ed informale. Alla quale non si prova il desiderio di chiedere di tradurre quella visione con quello che già si conosce o che si conosceva prima d’allora. E si intuisce, invece, che il pensiero, il pensiero di chi contempla una sua opera, segue il pensiero dell’artista, segue con lo sguardo quell’impasto di colore prodotto, chissà, da tensione creativa e sentimento, da sospensioni d’animo e da silenzi e lirismi custoditi da arcane, non rivelate immagini di cose non svelate o di segrete parole non dette, di suoni non prodotti se non dentro se stessi. Anche se dovesse trattarsi di temi imponenti e alti, divini anche – Crocifissione, Resurrezione, Trasfigurazione o altro – nessuna ammissione, nessuna concessione è consentita alla forma, dunque. L’informale non fa alcuna concessione alla tradizionale figura e all’immagine. E’ il pensiero stesso che diviene astrazione e silenzio. Musica e silenzio che divengono essi stessi superficie levigata o flagellata, solco o ferita, grumo rosso di colore o goccia di sangue, campitura scura o ombra della notte la più profonda, stesura d’azzurro o luce la più fulgida e acclarante. Che, nelle opere di Aline Spada, si sublima cristallizzata. Ridivenuta idea. Silenzio e musica. Pensiero e concetto e ragionamento in chi contempla le sue opere.

Dopo queste note mi pare doveroso dire che è affascinante e, allo stesso tempo, arduo e difficile indagare sulla natura, i motivi, del formarsi di certi gruppi e movimenti artistici, manifesti, teorie e scuole. L’estetica, come scienza, si è solitamente sforzata di presentare l’arte come un susseguirsi di forme provviste di un’esistenza propria e inconfondibile, come assegnando il fenomeno al naturale evolversi di un ordine di successione dell’evoluzione della vita e della scienza, della cultura e della conoscenza, come accade in natura alle specie di qualsiasi genere, animale o vegetale che sia. Come se per esempio, in arte, fosse naturale e attendibile e come obbligato l’apparire, prima degli strumenti musicali nelle opere di Evaristo Baschenis, in quelle di Bartolomeo Bettera oppure dei violini di Dufy più avanti e, infine poi, le chitarre di Braque e di Picasso. E’ allo stesso tempo interessante osservare come, dopo il Primo e il Secondo Rinascimento, certi artisti e certi gruppi di pittori, già affermati nel panorama artistico del loro tempo, nella evoluzione del loro stile abbiano simpatizzato con quello di grandi maestri, il più possibile osservandoli e imitandoli. Resta evidente che era la proporzione, l’armonia, la perfezione della linea, la ricerca della grazia e della bellezza sia del corpo umano che dello spazio prospettico, per le quali l’Eclettismo e il Manierismo – Beccafumi, Rosso Fiorentino, il Pontorno ed altri – guardava a Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Quasi delle tacite scuole. Quasi dei non accordati movimenti artistici. Non di meno i caravaggeschi nella ricerca affannosa di perseguire, nelle loro opere, non solo la profonda intensità dell’ombra e la misteriosa provenienza della luce ma anche il comporsi dei tagli diagonali e drammatici della composizione, guardarono al potente realismo della poetica di Michelangelo Merisi. Perfino i ‘ Bamboccianti ‘ guardarono e seguirono lo stile delle vedute popolari e paesaggistiche della Roma imperiale di Pieter van Laer, detto il ‘Bamboccio’ per il suo deformato aspetto opulento e fanciullesco. Dopo di allora, di scuole, di gruppi, di manifesti, di movimenti artistici più o meno rivoluzionari e innovativi rispetto alla pittura tradizionale e ufficiale di ogni relativo periodo, la storia dell’arte ce ne indica in abbondanza: dai macchiaioli, per esempio, agli impressionisti, dai cubisti ai divisionisti, dai novecentisti alla scuola romana e via elencando fino a un’altra infinità, con scopi e mire e teorie le più varie, da quelle relative allo stile o al contenuto a quelle culturali, sociali, filosofiche o altro.

“Legami Identitari” al contrario di come la storiografia dell’arte spiega per altri gruppi, scuole e tendenze, manifesti e movimenti del passato, nasce in modo casuale, spontaneo e autoctono. Non dunque alla ricerca di una qualche nuova linguistica toilette di univoche mire contenutistiche oppure di ancor più reazionari estremismi ma, più semplicemente, dalla costante, amicale vicinanza dei cinque artisti, i frequenti incontri concorsuali regionali e nazionali, la reciproca stima, il riconoscere e il manifestare l’uno all’altro e viceversa il valore dell’altrui arte. Quasi uniti in un comune denominatore, in una medesima equazione di pensiero e di creatività. Che, però, non li eguaglia e confonde ma, semmai, nel confronto, li personalizza e li distingue.

Testo Critico di Antonio Debidda

 

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