Buchenwald di Massimiliano Rosa … per non dimenticare.

Buchenwald di Massimiliano Rosa. I ricordi e le memorie di un sardo sopravvissuto all’Olocausto, raccolte dal nipote lo scrittore e linguista Massimiliano Rosa che ci aiuta così a non dimenticare attraverso la tragica esperienza del nonno sopravvissuto miracolosamente al campo di concentramento nazista di Buchenwald.

Buchenwald.

Ero fermo davanti ad un portone.
Fatto di fili di ferro spinato.

Il cancello principale di ingresso di Buchenwald con la scritta "Jedem das Seine", cioè " A ciascuno il suo". Foto di Gate_KZ_Buchenwald.jpg: Pascal Rehfeldt.
Il cancello principale di ingresso di Buchenwald con la scritta “Jedem das Seine”, cioè ” A ciascuno il suo”. Foto di Gate_KZ_Buchenwald. Pascal Rehfeldt.

Intrecciati erano quei fili che sembravano i fili dei muretti a secco delle tancas sarde.
Dei chiusi.
Dimorati per non fare uscire le greggi dal pascolo.
La guerra era cominciata da più di due anni.
Arrivavo dalla Grecia.
Io come tanti altri. Dall’Albania.
Si …. avevo fatto la campagna d’ Albania, come un soldato semplice, italiano, ma mi avevano messo postino.
Ero libero li. Facevo ogni giorno la tratta Durazzo – Larissa con il treno e portavo la posta e dei documenti importanti. E nonostante fossi in guerra mi sentivo libero. Mi sono sempre sentito libero li.
Avevo anche una fidanzata. Che si chiamava Sulla. E avevo imparato a parlare il greco e l’albanese. Ora ero quadri lingue … parlavo il mio sardo e l’italiano e quelle due lingue dei Balcani e dell’antico mondo.
Kalimera. Kalispera.
E in albanese. Anche.
Buonanotte. Natën e mirë.
Të dua. Ti voglio bene.
Invece da quando mi hanno messo in quel convoglio di metallo e mi hanno spedito oltre le Alpi qualcosa è’ cambiato nel mio cuore di sardo.
Non dd ISCO ite. Non so cosa. O forse lo sapevo.
Un viaggio lungo era stato e quell’odore di ruggine mi era entrato nelle narici così tanto, che mi pareva che io fossi ancora là dentro, chiuso tra caldo e freddo e odore di una nauseabonda umanità. Volevo andare in bagno ma non c’era la latrina…sul treno. Facevo acrobazie perché il mio pudore di sardo mi impediva di fare cose sconce. Trattenevo. E aspettavo di poter andare di corpo senza disturbare a nessuno.
Nelle stazioni dove ci fermavamo.
Ora ero arrivato, davanti ad un campo sperduto e circondato.
Ero appunto fermo davanti ad un portone.
Fatto di fili di ferro spinato.
Intrecciato.
Ora solo stavo capendo di avere perduto la cosa più importante. Non una mano ne’ una gamba ne’ la guerra. Avevo perso la libertà’.

Lavoratori forzati a Buchenwald il 16 aprile 1945. Si riconosce Elie Wiesel (7º da sinistra nella 2ª fila dal basso).
Lavoratori forzati a Buchenwald il 16 aprile 1945. Si riconosce Elie Wiesel (7º da sinistra nella 2ª fila dal basso).

Entrai là dentro.
Fu la mia casa per due lunghi anni. Dimenticato dall’oblio nelle tundre tedesche. Ai miei cari e ai miei ricordi.
Mi dettero per morto.
Come si dice Toma ? Disperso. Si così che diventai così, Giomaria il reduce di guerra.
La mia mamma e le mie sorelle e fratelli erano increduli che io fossi ancora vivo, quando tornai in Sardegna.
Mi avevano fatto le messe.

Il famigerato blocco 50 (che con il 46) fu sede di esperimenti di ogni genere su cavie umane sotto la supervisione di Waldemar Hoven e Ding-Schuler.
Il famigerato blocco 50 (che con il 46) fu sede di esperimenti di ogni genere su cavie umane sotto la supervisione di Waldemar Hoven e Ding-Schuler. I medici di Buchenwald condussero una serie di pericolosi esperimenti sugli internati usandoli come cavie. Per alcuni esperimenti si hanno dati certi, grazie a documenti e diari che hanno trattato in maniera particolareggiata questi esperimenti, per altri i dati sono scarsi e gli studiosi dell’olocausto cercano di ricostruirne l’entità e la portata, cercando di stabilire anche l’effettivo numero di vittime. Si sa di certo, per esempio, che a Buchenwald furono condotti esperimenti sulla febbre gialla e l’influenza. Si conosce «con certezza che gli infettati furono 485 prigionieri, di cui 90 olandesi», ma non si conosce invece quante furono le vittime di questo procedimento. Tra dicembre 1943 ed ottobre 1944 un altro tipo di esperimento crudele occupò i medici di Buchenwald, riguardante la reazione ad alcuni veleni sull’uomo. Il veleno veniva messo nei cibi dei prigionieri, senza che questi ne fossero a conoscenza. A quel punto la maggioranza dei prigionieri moriva «quasi subito, coloro che sopravvivevano venivano invece uccisi per consentire le autopsie». In questo tipo di esperimento, vennero anche sparati sui prigionieri proiettili avvelenati, allo scopo di testarne l’efficacia. In questo tipo di esperimento si distinse il capo dell’Ufficio di Igiene del Servizio Medico delle SS, Joachim Mrugowsky, che alla fine della guerra fu processato e poi impiccato nel 1948. Il dott. Hans Eisele fu invece responsabile a Buchenwald di tutti gli esperimenti di vivisezione compiuti sui prigionieri. Un altro “studio” di Eisele riguardò «il meccanismo del vomito». Per provocarlo somministrava iniezioni di apomorfine agli internati. Si calcola che almeno 300 prigionieri ebrei olandesi siano stati uccisi da questo tipo di esperimento. Aiutante di Eisele in questi “studi”, fu il dottor Neumann. Il dottor Ellenback condusse invece esperimenti sui gruppi sanguigni. Molto attivo in questa pratica criminale fu il dottor Bruno Weber che «operava trasfusioni tra persone di gruppi sanguigni differenti», con il solo scopo di studiarne il decorso mortale.

In quel recinto riarso dal sole e bruciato dal ghiaccio polacco e prussiano io lavoravo in cucina, e fintanto che stavo dentro, stavo bene. Li mangiavo le patate…
Kartofeln. Spesso le bucce.
Meno male che lavoravo
in cucina. Così potevo mangiarmi
quelle….C’era un andito lungo.
Ricordo…La cucina era riscaldata.
Da una grande stufa a legna.
Però, dormivo in un letto a castello
di legno. Accatastati erano uno sull’altro. Scomodi come tavole e con delle coperte che pungevano.
Noi italiani eravamo tutti insieme e c’erano altri sardi con me.
Fuori … Dalla finestra non vedevo granché. C’era un grande piazzale.
L’ho riconosciuto anche nel film. In TV.
A volte mi toccava di andare a lavorare in una cava lì vicino.
Spesso mi mandavano a tagliare la legna. Allora stavo peggio. Era faticoso e avevo caldo o freddo a seconda che fossimo in su eranu inoltrato, la primavera, o in su ierru, nell’inverno.
Quando sono arrivato in Austria, prigioniero, prima del campo, siamo rimasti un mese in attesa.
I tedeschi mi hanno preso i diari, dove scrivevo, le storie della Grecia e della guerra. Mi hanno preso l’orologio e la catenina. E le foto.
Mi hanno bruciato anche le foto.
Sono rimasto solo con la valigia ed i vestiti.
Quando sono arrivato a  Buchenwald, così si chiama il posto del recinto, mi hanno  spogliato. Nudo. Poi mi hanno dato una tuta. Eravamo … Tutti uguali.
Con un numero appiccicato  che corrispondeva al numero di un tesserino di lavoro.
Scritto tutto in tedesco.
Lo conservo ancora. Meno male che non l’hanno bruciato, quello.
Passavano nel cortile sempre lì i prigionieri. I tedeschi … dicevano che i prigionieri dovevano  fare la doccia.
Poi non li vedevo più.
Chiedevo e mi dicevano che erano stati trasferiti altrove.

Mafalda di Savoia. Mafalda di Savoia, "principessa d'Italia", morta a Buchenwald.Ho visto nel piazzale la principessa Mafalda di Savoia, figlia secondogenita di Vittorio Emanuele III il re e di Elena di Montenegro. Era bella. La accompagnavano  non so dove.
Non l’ho vista più. Mafalda l’avevano alloggiata  in una casa a parte.
Vedevo delle baracche dove usciva del fumo.
Ma non sapevo che cosa facessero la dentro. Noi li non potevamo entrare ne avvicinarci.
L’ho scoperto alla fine di tutto.
Spesso nevicava tanto a Buchenwald: non so esattamente cosa significhi, questo nome, come a Tonara.
E anche di più. C’era un freddo polare. Russo…. Veniva dalla Siberia. Solo quello.
Eh poi…E’ andata così. Il portone di fil di ferro spinato aveva chiuso la mia libertà per anni.
Me ne rendevo conto. La dovevo riconquistare. Ecco perché ho resistito. Perché non volevo morire giovane in quel posto. Mi chelio mortu in domo mia. Volevo morire nella mia terra.
Quando la guerra e’ finita…
Come sono fuggito? Loro. Issos. I tedeschi. Hanno abbandonato il campo. Ho scavato per uscire dalla rete. Poi ho incontrato gli inglesi.
Mi hanno liberato gli inglesi.
I tedeschi ci hanno abbandonato.
Volevano evacuarci ma sono scappati.
Ci hanno raccolto, gli inglesi e riportato a casa; dopo averci disinfettato, ci hanno fatto lavare perché eravamo sporchi e poco nutriti.
Mi hanno rispedito a casa.
Mi avevano dato davvero per morto!
Meno male che sono tornato  alla Barbagia.
Mi avevano fatto una grande festa a Tonara.
Toma ti ricordi ?
No io non sono venuta!
Rispose lei ridendo.
Ero tornato col vaporetto in Sardegna. Poi ho preso la lettorina da Cagliari fino a Monte Corte.
La stazione. Mi è incontrato il sindaco con la fascia in groppa al cavallo.
Ero contento. Di essere tornato sano e salvo. E quella medaglia al valore civile era la mia libertà.
Finalmente avevo rivisto Toneri  ed il Gennargentu.
I tedeschi … sai. A volte mi mettevano, ci mettevano  contro il muro. Facendo finta di spararci. La guerra era così.
Mah. Meno male che  sono tornato a casa.
A me rispetto ad altri  che non sono mai tornati  o anche si  non è successo nulla  di particolarmente spiacevole.
Mi comportavo bene.
Altrimenti  sarebbero stati guai.

Massimiliano Rosa

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