Due artisti Sardi: Salvator Ruju scrittore e poeta Sassarese a cavallo tra due secoli, Costantino Nivola artista Nuorese a 360° sensibile e volitivo. Un filo conduttore il Pane.

Salvator Ruju nasce il 6 maggio 1878 a Sassari, dove compie gli studi liceali nel corso dei quali, guidato da Vittorio Cian, dà avvio alla sua prima produzione poetica e si laurea in Giurisprudenza. Salvator Ruju scrittore e poeta Sassarese A 24 anni si trasferisce a Roma per iscriversi in Lettere e coltivare la sua vocazione letteraria: nella capitale, grazie all’appoggio di vari intellettuali, tra cui Grazia Deledda, riesce a farsi conoscere e ad occupare un posto di rilievo nell’ambiente culturale, mantenendo strettissimo il legame con la Sardegna, che resta ispiratrice della sua attività di intellettuale. Nel 1909, a seguito di una dolorosa crisi, torna in Sardegna, abbandonando i suoi progetti romani e affronta una nuova fase: il matrimonio gli impegni familiari con la nascita dei figli e l’insegnamento (nel 1908 si era laureato in Lettere a Catania con una tesi su Petrarca, discussa, fra gli altri, con Luigi Capuana), al quale, dopo aver vinto i concorsi per l’Istituto Tecnico e per le “Grandi Sedi”, si dedica con grande passione, impartendo anche numerose lezioni private. All’attività di docente si affianca quella di giornalista: collabora infatti a numerosi giornali e riviste, come Sardegna, di Attilio Deffenu, La Nuova Sardegna, Il Tempo di Roma, L’Isola, Rivista Sarda, La Regione, Il Nuraghe, Mediterranea, Fontana viva. Nel 1956 pubblica Agniréddu e Rusina, l’anno successivo Sassari véccia e nóba. Nel 1961 vede la luce Ore del mio giardino, nel 1963 Memoria di un figlio.
Muore a Sassari il 21 giugno 1966. Nel 1980 viene collocato nella piazza a lui intitolata un suo ritratto in bronzo di Gavino Tilocca.

Fondo Salvator Ruju

L’eredità intellettuale nelle carte di un uomo di cultura.
Salvator Ruju alla Biblioteca Universitaria di Sassari.

La famiglia Ruju ha recentemente donato alla Biblioteca Universitaria di Sassari le carte del poeta, scrittore e giornalista sassarese Salvator Ruju (1878-1966). Il “Fondo Salvator Ruju”, in gran  parte già ordinato dalla nipote Caterina, è costituito da materiali documentari vari:  manoscritti,  ritagli di giornali (molti dei quali con glosse autografe di Ruju), quadernetti di appunti, carte  relative alla sua attività di docente, cartoline  e lettere di importanti intellettuali e letterati del Novecento: Sebastiano Satta, Attilio Deffenu, Antonio Ballero, Raffa Garzia, Antonio Scano, per non citarne che alcuni,  e dalla inedita raccolta di lettere alla  fidanzata e poi moglie  Maria Desole. Un Fondo quindi di grande interesse storico e letterario con una sua unitarietà e coerenza scientifica che riflette l’ampiezza degli interessi e dei contatti culturali di Salvator Ruju e dal quale emerge quel rapporto tra letteratura sarda e letteratura italiana che il nostro Autore aveva contribuito a stabilire. Si tratta di una vera e propria officina di riflessione, di ricerca e di studio ricca di spunti evocativi da utilizzare non solo per approfondire la figura di Ruju, ma anche per gettare nuova luce e inquadrare il vivace clima culturale della nostra città e, più in generale, della Sardegna. Il primo obiettivo della Biblioteca Universitaria sarà di assicurarne la conservazione e la fruizione. La preziosa raccolta, infatti, sarà al più presto oggetto di catalogazione, si spera con l’ausilio di esperti e con progetti di ampio respiro e in collaborazione con l’Università di Sassari.

Chiostro dell'antica Università di Sassari
Chiostro dell’antica Università di Sassari

LU PANI FATT’IN CASA
Abà ch’è giunta Pascha, e lu balcu, la prènsa e la giampana a vidéll’in fiòri sò un incantu un mutt’antigu m’è turrad’a mènti, chiddu ch’éiu intindia sèmpri da mamma:
O cumari Cadarina, chi diauru abédi fattu, da una méza di farina di cigiòni manc’un piattu. Mamma méia, i lu zéru èdda zi sia, già éra fazzindina e masthr’avvéru a fà cigiòni e pani bònu assai, di chiddu simurósu, suighidu cu dugna bramusìa di lu só córi. Li cózzuri di Pascha c’a vidélli parìani pintadi. Lu pani gróssu, a quattru mèri, fittu cu lu só fòndu bèddu in curò d’òru. E, a sigunda pói di l’isthasgiòni, la còcca, la cuazza, la tintura, lu bischótt’iparradu e lu cugòni.
E còsa di vidé l’ipainadi più bianchi assai di l’ósthi cunsacradi. Chissu già éra pani sauridu, a tari chi si pói tu n’attasthabi di chiddu di Pïazza, dizì, mézu transidu, – È pan’isciòccu, nò vari nienti!
Abà ch’è giunta Pascha, un mutt’antigu m’è turrad’a mènti.

 

Fase di asciugatura del grano tradizione Sardegna

 

 

IL PANE FATTO IN CASA (Traduzione)
Ora che è arrivata Pasqua e la violacciocca, la maggiorana e la pervinca a vederle in fiore sono una meraviglia, un motto antico mi è tornato in mente, quello che io sentivo sempre da mamma:
O comare Caterina, che diavolo avete fatto, da mezzo staio di farina di gnocchetti neanche un piatto. Mia madre, che sia in cielo, era molto laboriosa e veramente speciale nel fare gnocchetti e pane buonissimo, quello di semola, ben lavorato, con tutto l’impegno del suo cuore, il pane speciale preparato per la Pasqua, con ornamenti che parevano dipinti. Il pane grosso, segnato a croce, con il suo fondo bello dorato. E poi, secondo la stagione, altri tipi di pane, integrale, di semola o di farina bianca. E cos’era vedere le spianate, molto più bianche delle ostie consacrate. Quello sì che era pane saporito, tanto che dopo averlo assaggiato, rispetto a quello comprato nei negozi del Corso, dicevi, perplesso: – È pane insipido, non vale niente!
Ora che è arrivata Pasqua, un motto antico mi è tornato in mente.

di Salvator Ruju (Scrittore e Poeta Sassarese)
da SASSARI VÉCCIA E NÓBA

Costantino Nivola (Orani 1911-Long Island 1988) nato da famiglia di muratori, a soli 15 anni iniziò a lavorare come apprendista con il pittore Mario Delitala a Sassari, dove apprese le prime tecniche di pittura e stucco. Nel 1936 si diplomò a Monza come grafico pubblicitario. L’anno successivo divenne direttore dell’ufficio grafico della Olivetti, per la quale realizzò le decorazioni del padiglione italiano presso l’Esposizione Universale di Parigi. Costantino Nivola all'OlivettiNel 1938 fu costretto dalle persecuzioni antisemite ad abbandonare l’Italia, rifugiandosi prima a Parigi e poi a New York, dove trovò un ambiente culturale stimolante e strinse amicizia con molti rappresentanti delle avanguardie artistiche del momento, in particolare con l’ architetto Le Corbusier. Stabilì il suo studio in una casa acquistata a East Hampton, a Long Island, dove creò la tecnica della colata di cemento sulla sabbia modellata e conobbe Jackson Pollock. Ritornò in Sardegna per realizzare per conto della rivista “Fortune” dei disegni sulla campagna antimalarica della Fondazione Rockefeller. Si dedicò soprattutto alla plastica decorativa legata all’architettura, settore nel quale ricevette incarichi sempre più importanti, affiancando all’attività di artista quella di insegnante. Le sue opere sono in parte conservate a Orani nella fondazione a lui dedicata.

IL PANE
Ho capito tutto, il giorno che mia madre si è rifiutata di darmi il pane. «Vai a sa furca», mi aveva gridato mentre i miei fratelli e le sorelle guardavano e ridevano. C’era poco pane in casa e la prospettiva di avere del grano era sempre incerta. Come la provvista mensile diminuiva, in mia madre crescevano l’ansietà e la disperazione che si spargevano nel vicinato, e sembravano alzarsi fino al cielo. Noi bambini diventavamo nervosi e litigiosi, gli uomini più ubriachi e petulanti, i vicini di casa ostili e maliziosi. La fine del pane era la fine del mondo. Ma i miracoli avvengono e hanno la tendenza a succedere al momento opportuno. Una sorella o una zia o semplicemente mia madre sarebbe apparsa alla fine della strada, preannunciata da una schiarita delle nuvole e da uno stormo di galline svolazzanti intorno al canestro tenuto in equilibrio sulla testa, come cherubini intorno all’aureola di un santo. Il Pane, Memorie di Orani, Nivola Costantino
La gente si sarebbe congratulata con la portatrice del santo carico e tutti avrebbero provato un senso di rilassamento man mano si fosse avvicinata alla casa. Il suo passaggio avrebbe creato una corrente in movimento: il respiro della vita. Ognuno sapeva cosa fare. Noi bambini, armati di bastoni, prendevamo posizione in difesa del grano. Le formiche, attaccando da sotto, erano pronte ad afferrare e a correre, svanendo nel nulla. Le galline, approfittando di ogni minima distrazione, avrebbero rivelato una capacità di volo pari solo a quella delle rondini quando cercavamo di colpirle con i sassi nei loro voli. I vicini portavano acqua nel cortile per lavare il grano, mentre per terra venivano distese le coperte per asciugarlo. E il sole, naturalmente, come l’attore principale di un grande dramma, aspettava il momento di uscire dalle quinte delle nuvole. La rimozione dei sassolini dal grano veniva fatta in collaborazione dalle donne del vicinato su tavole sottili, rotonde (tazzeris), poggiate sulle loro ginocchia. Una manciata alla volta, per assicurarsi che nessun sassolino sarebbe sfuggito, il grano veniva sparso sulle tavole. Ho sempre sospettato che in quei momenti le donne contassero ogni chicco di grano calcolando, secondo un’algebra mistica conosciuta solo da loro, quante forme di pane si sarebbero ricavate da quei chicchi. I chicchi di grano lavati, sparsi sulle coperte, entravano in stretta relazione con le pietre del selciato, i muri rustici, i denti dei bambini e delle donne sorridenti, creando un’impressione di moltiplicata abbondanza. Come guerrieri vittoriosi, i bambini, appoggiati ai loro lunghi bastoni, tenevano d’occhio le mani vivaci che prendevano e contavano, mentre a giusta distanza le galline si consolavano cercando gli scarti. Due o tre giovani donne portavano quindi il grano al mulino del paese per la macina. La percussione della macina, gli scherzi del mugnaio, l’occasione di incontrarsi in un posto pubblico e di scambiarsi pettegolezzi contribuivano a caricare l’aria con un senso di eccitazione. Con la loro robusta bellezza ammorbidita dalla polvere fine della farina, radiose di gioia maliziosa, le giovani ritornavano a casa come apparizioni. All’interno, in grandi e bassi canestri fatti a mano, la farina era setacciata in tre gradazioni una per il pane della festa, una per l’uso di tutti i giorni e la terza, la più grezza, per le galline e i maiali. Uno svelto e felice canto accompagnava il ritmico setacciare della farina. I vecchi ascoltavano il ritmo quasi di danza, evocando in loro Dio solo sa quali memorie della loro breve gioventù, mentre i bambini, avendo assolto ai loro doveri, avevano il permesso di sfogare i loro eccessi di vitalità. Una volta separata, la farina riceveva il lievito – un pezzo di pasta avanzato da un precedente impasto o prestato da un’altra famiglia. Con un segno di croce tracciato su di esso e poche parole di raccomandazione al buon Dio, l’impasto era pronto per una notte di fermentazione.
Più tardi, nella notte, malgrado l’attenzione a non fare rumore, lo scricchiolio dei mobili, i passi a piedi nudi e le voci sussurrate svegliavano noi bambini. Segretezza e mistero pervadevano la casa. Sentivamo i suoni come di una lotta o di sculacciate ad un bambino grasso che, punito, si rifiuta testardamente di piangere. La lavorazione dell’impasto, la divisione in tante piccole forme rotonde, stese poi in sottili dischi da mettere tra gli strati dei larghi nastri di lino per completare la fermentazione, tutto questo noi sentivamo quando si pensava che fossimo addormentati. Quando ci alzavamo, il forno era già acceso. I profondi canestri, con l’impasto scarsamente visibile tra le pieghe del lino, erano disposti intorno ad un canestro basso e grande che avrebbe ricevuto dal forno i dischi del pane, gonfi come palloni, quindi divisi in due parti e sovrapposti per la cottura finale.
Attirando i mendicanti come mosche, il profumo del pane infornato si spargeva nell’intero paese. I vecchi, seduti sulla soglia della chiesa, giravano i loro occhi ciechi nella direzione del profumo, indovinandone la provenienza. I bambini spostavano la sede dei loro semplici giochi dentro il cerchio profumato della casa benedetta. L’equilibrio di tutto il paese era, per il momento, ristabilito.

di Costantino Nivola (Pittore, Scultore, Scrittore e Poeta Nuorese)
da “Memorie di Orani”

Costantino Nivola nel giardino della sua casa a Springs, anni 50

In entrambi questi due testi da me scelti Ruju e Nivola  accomunano la figura materna al “Pane” e hai riti domestici legati alla panificazione, il calore del focolare rappresenta il calore di un abbraccio materno, il ricordo infantile delle proprie origini. Due artisti Nivola e Ruju legati strettamente alla loro terra, alla loro lingua e cultura.

Il legame parentale con la madre e tutto ciò ad esso legato è per Nivola un ricordo doloroso, di rifiuto, che però in età adulta viene utilizzato dall’artista nuorese come fonte da cui attingere memorie preziose «Tutto quello che mi è successo in seguito l’ho inventato a quella età», scriverà da anziano.
Contro la durezza della quotidianità, segnata dalla grande povertà e dall’assenza di gesti d’affetto materni, i pochi momenti di appagamento,  di benessere, di pace acquistano per contrasto un’intensità straordinaria, questi sono i momenti legati alla panificazione, illuminati dalla presenza femminile, che nelle comunità tradizionali sarde rivestiva un ruolo cruciale. Le donne infatti avevano il compito di controllare i segni e i valori che davano senso alla vita della colletività, a cominciare proprio dal pane: esso infatti oltre che essere la base dell’alimentazione era un simbolo potente, che nelle diverse forme che le donne le davano, quotidiane e cerimoniali, legate alle varie festività dell’anno, serviva a dare ordine alla vita sociale, a «dare il ritmo al tempo, segnare le stagioni». Nivola associa all’abbondanza, alla fertilità, all’eros, i ricordi legati alla presenza femminile e al rito domestico della panificazione, e questi ricordi avranno un posto centrale nell’immaginario dell’artista, fino a diventare nella maturità i principali nuclei  della sua ispirazione artistica. La nostalgia per l’amore materno da lui mai veramente posseduto, conferirà  all’artista una grande sensibilità che lo porterà ad una visione armoniosa e rassicurante di Madre Natura e della sua terra d’origine. Per Nivola, donna, madre, pane, terra e patria saranno tutt’uno.

Salvator RujuLa  poesia “Lu pani fatt’in casa”, di Salvator Ruju parla di un  pane prezioso, che riporta alla memoria dell’artista sassarese il ricordo della mamma e di una quartina che lei cantava sempre in dialetto sassarese. Il pane, anche in questo caso è associato alla figura della madre e alla lingua con cui essa si esprimeva nell’ambiente familiare, questo può essere interpretato come una metafora della lingua materna o lingua madre utilizzata per dare forma alla sua arte poetica, ipotesi avvalorata maggiormente dalla dedica scritta a mano nel manoscritto e poi omessa nell’edizione a stampa: «A mia madre, dalla quale ho appreso il dialetto che m’è tanto caro». L’associazione madre-pane, elementi essenziali della nascita e del nutrimento dell’artista, ci rivelano l’importanza della lingua materna e le evocazioni che questa produce, ai ricordi indelebili impressi nell’inconscio di un intellettuale che ha cercato altre strade espressive, e quindi un’altra lingua, ma solo nella prima riesce a ritrovare grazie ad una vastissima varietà di toni, un rapporto intimo e profondo con se stesso e la sua città Sassari.

Silvia Sanna

 

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